INCATENATA A ME - Capitolo 14 di 24

OLIVIA BENNET


Michael richiuse i cassetti della scrivania, poi si alzò e andò a prendere la bottiglia di brandy dal mobiletto di mogano all’angolo del suo studio. Si versò una generosa dose di liquore nel calice di cristallo e la trangugiò tutto d’un fiato. Subito il piacevole calore dell’alcol gli scese lungo la gola, scaldandogli le membra.

Gli inviti erano giunti a destinazione e, a conti fatti, quasi tutti gli esponenti delle alte sfere della Famiglia avrebbero partecipato alla festa di quella sera. Il che significava che tutto doveva essere organizzato alla perfezione. Aveva incaricato Anna di occuparsi delle cucine, coadiuvata da un fidato catering che serviva la villa per le grandi occasioni fin dai tempi di suo nonno. Per tutta la mattina, i giardinieri erano stati impegnati a sistemare lo spazio verde entro le mura della sua magione, curando le aiuole, tosando l’erba e potando le siepi in forme artistiche - giraffe, cavalli, orsi, lupi, tigri e persino statue famose - per renderle dei veri e propri capolavori. Brian aveva potenziato le misure di sicurezza e raddoppiato la sorveglianza intorno alla villa. In realtà, non temeva un attacco da parte delle bande rivali, dato che i russi si stavano ancora leccando le ferite, e tantomeno un blitz della polizia. Era una questione di potere. Come boss dei Cannizzaro, tutti avrebbero dovuto ammirare la sua magnificenza e la sua forza, in occasione della sua solenne festa di fidanzamento.

Si era dato tre giorni dal suo ritorno da Montreal, il tempo minimo per organizzare l’evento e diramare gli inviti. Perché attendere oltre? Voleva Lizzie, la bramava con un’intensità che trascendeva ogni ragione. La lunga e appagante notte in sua compagnia era stato solo l’antipasto di ciò che lo attendeva, e lui voleva reclamare quanto prima ciò che gli spettava di diritto.

Voleva farla sua.

Completamente e indissolubilmente sua.

Incatenarla a sé, in modo che gli fosse completamente sottomessa.

Del resto, il Boia gli aveva insegnato che solo in quel modo si otteneva la fedeltà della gente. Non certo con qualche carezza o con una parola gentile. No, quelle erano per i deboli, e i deboli venivano sopraffatti. L’unico modo per non essere tradito e abbandonato era diventare il più forte di tutti.

Lo sfarfallio di uno dei tanti ricordi dolorosi della sua infanzia agitò le pieghe della sua anima, e Michael lo scacciò con un’altra lunga sorsata di brandy.

Il bussare discreto alla porta dello studio lo riscosse dai suoi pensieri peccaminosi sulla sorellastra.

«Avanti!»

Brian entrò a passo felpato. Era incredibile come riuscisse a muoversi così leggero e silenzioso, considerando la massa di muscoli guizzanti che percorreva il suo corpo snello e temprato da continui allenamenti.

«Il catering è arrivato, li ho già mandati al lavoro nelle cucine, da Anna» annunciò, senza tanti preamboli. Poi lo scrutò con più attenzione. «Per essere la tua grandiosa festa di fidanzamento, hai una faccia da funerale.»

Michael emise un borbottio intellegibile. «Quando vorrò un tuo parere sulla mia faccia, te lo chiederò.»

«Sempre lieto di essere utile.»

«La nuova seccatura dov’è?»

Brian scrollò le spalle, imperturbabile. «Se parli di Megan, l’ho lasciata nella Stanza Blu insieme alla tua promessa sposa. Le ho chiuse dentro entrambe e ho piazzato tre uomini sotto la loro finestra, insieme a due mastini. Nel caso venga loro in mente la malaugurata idea di intrecciare corde con le lenzuola e calarsi di sotto.»

Michael annuì, soddisfatto. Le precauzioni non erano mai troppe, considerando la sgradevole propensione di Lizzie a svignarsela. Sarebbe stato molto spiacevole, se fosse sparita nel nulla, dopo aver invitato tutti i suoi uomini per la festa. «Ricordati che l’altra ospite è sotto la tua responsabilità. Tu l’hai fatta entrare, e tu ne renderai conto.»

«Non lascerà la villa senza il nostro permesso, parola mia.»

«Bene.» Michael ripose il brandy nel mobiletto e richiuse l’anta, girando la chiave. Aveva bevuto abbastanza. Aveva bisogno della mente lucida, per quella sera, dato che gli altri capi avrebbero studiato ogni sua mossa e condiviso con lui i piani per risolvere i grattacapi di Englewood, estendere la loro egemonia ai quartieri nord della città, spartire l’ultimo carico di droga e armi di contrabbando. E dopo… perché non pretendere ancora un assaggio delle grazie della sorellastra?

A proposito di Lizzie...

Andò dietro alla scrivania, dove aveva riposto le buste con il materiale che gli aveva procurato Billy quella mattina, dietro suo espresso ordine.

«Presto gli ospiti cominceranno ad arrivare, devo prepararmi ad accoglierli» annunciò, afferrando la scatola più grande e tendendola a Brian, che la prese con la cautela che avrebbe riservato a una bomba. «Nel frattempo, c’è qualcosa che devi portare alla mia cara sorellina per stasera.»

Quando esaminò il contenuto, Brian scoppiò a ridere.

 

 

Lizzie si abbassò di scatto, evitando per un soffio il cuscino, che volò sopra la sua testa e andò a schiantarsi contro la parete, facendo quasi cadere un pregevole quadro con natura morta che oscillò pericolosamente e rimase attaccato al chiodo tutto storto solo per miracolo.

«Piantala di fare così!» implorò.

Per tutta risposta, Megan afferrò un altro cuscino, prendendo minacciosa la mira. «Così come? Come una incazzata nera? Ti darò una notizia: sono incazzata nera.»

«Volevo dirtelo, giuro!» insistette Lizzie, nascondendosi dietro alla colonna ornamentale in stucchi azzurri, al centro della stanza. «Solo, temevo di metterti nei guai...»

«Quali guai? Ah, giusto, questi in cui sono finita fino al collo? Fantastico, ottimo risultato!»

Il cuscino di Megan sibilò nell’aria e le sfiorò il fianco. Lizzie balzò via, cercando un altro posto dove ripararsi da quella pioggia di oggetti che ormai continuava da quasi mezz’ora. «Ti ho chiesto scusa.»

«Scusa un corno!» ringhiò l’amica. «Per colpa tua, e della tua voglia di cazzo, per di più del cazzo del tuo fratellastro, con tutti gli uomini che ci sono sulla faccia della Terra, sono bloccata qui anch’io.»

Lizzie si sentiva già abbastanza in colpa. In quei due giorni, in cui lei e l’amica avevano avuto il permesso di uscire dalla stanza soltanto per consumare i pasti, si era data della stupida egoista così tante volte da perderne il conto. Però Megan non poteva neppure comportarsi in quel modo, riusciva solo a peggiorare la loro situazione già terribile. E non aveva il diritto di parlarle in quel modo.

Soprattutto perché aveva dannatamente ragione.

«A essere onesti, non ti ho mica chiesto io di venire» replicò, piccata. «Anzi, ti avevo implorato di starne fuori, se non sbaglio.»

«Ti aspettavi davvero che potessi fregarmene di te?» Megan emise un mugugno disgustato. «Avresti dovuto dirmi la verità fin dall’inizio, ecco cosa avresti dovuto fare. Se avessi saputo come stavano le cose, magari ci avrei pensato due volte prima di venire qua allo sbaraglio… avrei trovato un’altra soluzione. Ma invece no, teniamo tutto segreto, segretissimo, così la gente non può aiutarmi, e anzi finisce nei guai insieme a me.»

«Mi dispiace, d’accordo?» proruppe Lizzie, esasperata, allargando le braccia. «Troveremo una soluzione. Alla fine Michael si stancherà di te e, se prometterai di tenere la bocca chiusa, ti lascerà andare. Tanto è me che vuole.»

Megan le rivolse uno sguardo ancor più infuocato. «E dovrei abbandonarti qui da sola? Vuol dire che dopo tutti questi anni ancora non mi conosci per niente!»

«Che scelta abbiamo?» insistette Lizzie. «Michael non rinuncerà a me, e non voglio che anche la tua vita venga rovinata.»

«Non deve essere rovinata a nessuna delle due.»

In quel momento lo scatto della serratura che si apriva le fece sobbalzare entrambe. Impegnate nel loro battibecco, non avevano sentito neppure l’avvicinarsi di passi lungo il corridoio.

Lizzie sentì il cuore accelerare i battiti, temendo - e una parte di lei, purtroppo, sperando -, che il fratellastro fosse venuto a controllare cosa fosse tutto quel baccano.

Invece si trattava di Brian.

L’uomo entrò come se fosse il padrone della stanza e richiuse la porta dietro di sé con un calcio. Portava in mano delle buste. Rivolse alle ragazze un’occhiata divertita.

«Ho interrotto qualcosa?»

Megan alzò il dito medio. «Va’ all’inferno!»

«Ci sono già stato, insieme a Michael. Sono cose che non si dimenticano facilmente.» Lo disse con una scrollata di spalle, con un freddezza spiazzante e, dopo una lunga occhiata compiaciuta a Megan, concentrò la sua attenzione su Lizzie. «Il boss ti manda un regalo.»

Lei intrecciò le braccia dietro alla schiena, mostrando di non aver alcuna intenzione di accettarlo. «Digli di ficcarselo in quel posto.»

Brian ignorò la sua risposta. Posò la busta sul pavimento, estrasse una lunga scatola e la poggiò sul letto.

«Aprila!» ordinò.

Lizzie non diede segno di volersi muovere.

«Non costringermi a usare la forza» aggiunse Brian, l’aria annoiata.

La ragazza considerò le alternative. Prima avesse accontentato quell’uomo, prima lui se ne sarebbe andato, lasciandole in pace. In fin dei conti, era esattamente quello che lei voleva, perché quel tipo le dava i brividi.

Mordendosi le labbra, avanzò fino alla sponda del letto e sollevò il coperchio della scatola, notando solo allora il logo stampato sopra: Gucci, una famosa marca italiana.

All’interno giaceva riposto un vestito nero di seta.

«Dovrai indossarlo stasera, in occasione della festa di fidanzamento» spiegò Brian, già diretto verso la porta. «Se non lo farai, mi ha incaricato Michael di ricordarti, sarà molto peggio per te. A dopo.»

Detto questo, prima di qualsiasi commento o protesta da parte sua, si era già chiuso la porta alle spalle. Lizzie sentì il rumore della chiave che girava nella serratura.

Erano di nuovo chiuse là dentro.

Megan si lasciò cadere seduta sulla poltroncina. «Simpatico come pestare una merda con le scarpe nuove» commentò.

Lizzie annuì. Per lo meno, sembrava che la rabbia dell’amica fosse svaporata, o indirizzata verso Brian piuttosto che verso di lei. «Trovami qualcuno simpatico qui.»

«Hai ragione, è un posto pieno di stronzi misogini.»

Intanto lei esaminò il restante contenuto delle buste. «Ci sono anche delle scarpe, direi delle Louboutin.»

Megan emise un fischio. «Cazzo, il tuo fratellastro non bada a spese per vestire la sua fidanzatina!»

«Già, peccato che io non sia la sua bambolina da addobbare a piacimento» sbottò lei, rifilando un calcio alla scatola delle scarpe. Tornò a concentrarsi sul vestito, afferrandolo e tenendolo sollevato davanti a sé. Era un abito lungo davvero magnifico, di un nero lucente, la stoffa così morbida che veniva voglia di passarlo sul viso. Certo, non lo stile di abito che Lizzie avrebbe mai indossato di sua volontà: troppo formale, tradizionale, e poi la gonna lunga fino alle caviglie, la scollatura fin troppo sobria, neanche fosse una suora di clausura…

«Che hai intenzione di farci?» domandò Megan.

«Fosse per me, lo getterei nel fuoco» borbottò lei. «Possibile che non abbia più la libertà nemmeno di indossare ciò che voglio?»

«Beh, mi pare che faccia di ghiaccio sia stato abbastanza chiaro in proposito...» commentò l’amica. «Il tuo fratellastro si aspetta che tu ti presenti con quel vestito indosso davanti ai suoi compari.»

L’idea balenò nella mente di Lizzie come un fulmine a ciel sereno, e altrettanto affascinante.

«Ha detto che devo indossare questo vestito...» considerò, le labbra che si curvavano in un sorriso da monella. «Non mi ha espressamente vietato di farci qualche piccola modifica.»

Megan si illuminò e ricambiò il suo sorriso. «Dici che posso trovare forbici, ago e filo in questa stanza?»

«In bagno c’è un set più o meno per tutto.»

«Andiamo a vedere!» L’amica balzò in piedi. «Abbiamo poco tempo per lavorarci prima della festa.»

 

 

Alle sette di sera, con una precisione quasi maniacale, le auto cominciarono a varcare i cancelli di villa Cannizzaro, sotto lo sguardo vigile degli uomini di Michael.

Il boss accolse gli ospiti di persona nel grande salone principale, impeccabile nel suo smoking nero, cucito su misura da uno dei migliori sarti di Chicago, stringendo la mano a tutti e non mancando di ringraziare per la partecipazione.

«Non potevamo mancare a quest’occasione» rispose il Moro, che a dispetto del suo nome aveva giusto un’areola di capelli grigio antrace intorno alla testa altrimenti calva. Ma pochi si sarebbero sognati di farglielo notare: era famoso per la sua spietatezza, quando si trattava di difendere l’onore suo e della Famiglia. «Siamo tutti molto ansiosi di conoscere la donna che diventerà la moglie del boss. Ho sentito dire che non è parte del nostro mondo.»

«Lo sarà presto» rispose prontamente Michael. «Ho già fissato la data delle nozze e con il rito della punciuta dichiarerà la sua fedeltà a me e a tutto il clan Cannizzaro.»

«Molto bene» approvò il Moro, strizzandogli l’occhio. «Ci aspettiamo molto da te, ragazzo. E dunque anche da lei.»

Il sorriso di Michael rimase inalterato, mentre prendeva un calice di vino dal vassoio che un cameriere gli stava offrendo. «Non deluderà le vostre aspettative, vedrete.»

Il Moro afferrò a sua volta un bicchiere e lo levò in un accenno di brindisi. «Lo spero.»

Michael lo seguì con lo sguardo mentre l’uomo si confondeva tra la folla e i tavolinetti disposti nel salone, su cui facevano bella mostra tartine di ogni tipo, caviale, aragoste e ogni prelibatezza sfornata dalle cucine della villa, mentre i camerieri versavano i vini italiani più pregiati, aperti per l’occasione, nei calici degli ospiti.

L’attenzione di ognuno di loro si sarebbe presto calamitata sulla sua sorellastra. Studiandola. Giudicandola. E così, indirettamente, giudicando lui.

Rilassati, andrà tutto per il meglio!, si disse, sentendosi teso come la corda di un violino. Lizzie doveva rigar dritto quella sera, altrimenti ne andava della sua reputazione.

«Buonasera, Michael!»

Si voltò, trovandosi davanti Charity, con un completino attillato super sexy e un sorriso ammiccante sul volto, la pelle luccicante per il sapiente trucco e per il chiarore dei lampadari di cristallo che tintinnavano sopra le loro teste. La scollatura concedeva un’ampia visuale dei suoi seni prosperosi, cosparsi di brillantini dorati, e non c’era modo di impedire allo sguardo di abbassarsi e finir calamitato proprio lì, in mezzo a quelle colline floride.

Michael si sforzò di mostrarsi impassibile e le rivolse un cenno del capo. «Benvenuta, cugina.»

«Oh, come siamo formali!» cinguettò Charity, accostandosi e prendendolo sotto braccio. «Non eri così rigido, l’ultima volta che ci siamo visti. Anzi, c’era solo una parte di te molto, molto rigida...»

«L’ultima volta che ci siamo visti ero un uomo libero e affamato di donne e sesso» fece notare Michael. «Tra poco sarò ufficialmente fidanzato. Non è questo il motivo per cui vi ho invitato tutti quanti?»

«Ah, giusto, il fidanzamento...» Charity assunse un’espressione imbronciata ad arte. «Non è mica una condanna. Perché dovrebbe impedirti di rivedere vecchie amiche?»

«Mi pareva di essere stato chiaro. Tra noi, solo sesso. Niente legami.»

«Non sto parlando di legami, mio caro.» La donna si lasciò andare a una risata. «Ma di sane, robuste scopate. È come mangiare un gelato: diventa noioso assaggiare sempre lo stesso gusto.»

«Quando mi sarò annoiato, te lo farò sapere.» Michael si irrigidì e Charity se ne accorse. Riluttante, si staccò da lui, senza rinunciare al suo sorriso seducente.

«Hai il mio numero» ammiccò. «E adesso, in attesa di conoscere la tua bella, credo che mi berrò qualcosa di forte.»

Si allontanò ancheggiando, scambiando sorrisi radiosi e qualche battuta con chi incontrava lungo il cammino, e ricevendo sguardi ben poco pudici da gran parte degli invitati. Michael si chiese se si fosse messa così in ghingheri per lui, o se intanto ambisse ad accalappiare qualche altro pezzo grosso.

Brian lo raggiunse pochi minuti dopo. «Sono arrivati tutti» annunciò, sbrigativo. Erano le sette e trenta e il momento fatidico si avvicinava.

«Vai a prendere la mia sorellastra» ordinò. Sarebbe andato lui stesso nella camera a prelevarla, ma aveva paura che, vedendola, il desiderio avesse la meglio, e non poteva permettersi di perder tempo a scoparsela facendo aspettare gli ospiti. Senza contare che il Moro e un altro paio di capi lo stavano chiamando, senza dubbio per discorrere di questioni importanti. No, non poteva assentarsi, per nessuno motivo.

Ma dopo..., si ripromise. Avrebbe avuto la sua soddisfazione.

Raggiunse il Moro e gli altri, intavolando con loro una fitta conversazione, incentrata in particolare sul problema Englewood. Tuttavia, ogni pochi istanti, il suo sguardo si spostava verso la scalinata che conduceva ai piani superiori, come calamitato da un magnete invisibile.

Presto Lizzie sarebbe arrivata.

Pregustava quel momento come un assetato immagina la sensazione dell’acqua fresca sulle labbra.

Aveva scelto personalmente il vestito da indossare per lei. Elegante ma morigerato, come la Famiglia avrebbe certamente gradito. Del resto, a lui interessava che fosse nuda e tremante di passione soltanto quando l’avesse avuta sotto di sé.

«...messi in riga, non trovi?» stava dicendo il Moro. Poi lo guardò, in attesa di una risposta.

Michael si costrinse a concentrarsi. «Come, scusa?»

«Dicevo che finalmente i russi sembrano essersi messi in riga, dopo la tua ultima incursione.»

«Sì, dovrebbero aver capito chi comanda» asserì lui. «I miei uomini sul posto riferiscono che ci hanno lasciato carta bianca, nel quartiere, e che si sono ritirati nelle loro fetide tane a leccarsi le ferite.»

«Un bel trionfo.»

«Aspettiamo a cantar vittoria, non mi fido di loro. Sono dei subdoli bastardi.»

«Oh, andiamo, direi che ci penseranno due volte prima di sfidarti di nuovo...» La frase del Moro si spense in un lungo fischio acuto di ammirazione.

Michael si voltò di scatto.

E Lizzie era là, in cima alla scalinata, comparsa come per magia. In un attimo, tutta l’attenzione dei presenti si calamitò su di lei. E il boss dei Cannizzaro sentì ogni muscolo del corpo contrarsi rabbiosamente.

La sorellastra era stata di parola: indossava il vestito che lui le aveva mandato.

O almeno, lo sarebbe stato, se non gli fosse mancata qualche spanna alla gonna, adesso tagliata sopra il ginocchio e con una larga spaccatura di lato, a mostrare la pelle nuda delle cosce, e se la scollatura non fosse stata così profonda da raggiungere l’incavo dei seni.

L’aveva tagliato!

Quell’impudente aveva tagliato e ricucito alla bell’e meglio il suo vestito!

Michael serrò i pugni, ribollendo di rabbia. Fu con uno sforzo che si trattenne dallo scattare, quando il Moro gli posò una mano sulla spalla.

«Davvero uno schianto» commentò, un sogghigno lascivo stampato in faccia. «Con quel vestito, poi, non nasconde di certo le sue grazie.»

Grazie che avrebbe dovuto tenere in serbo solo per me!, ragionò Michael rabbiosamente, ma invece rispose con tono freddo e noncurante: «Lo so, l’ho scelto apposta perché volevo mettere in mostra davanti a tutti voi il mio nuovo trofeo.»

«Beh, una scelta forte e inusuale, direi...» commentò il Moro, grattandosi la pelata. «Ma ti capisco, al tuo posto anch’io mi vanterei di possedere una tale beltà. Anzi, per conto mio, sono molto lieto dell’occasione che ci hai dato di poterla ammirare così... discinta.»

Qualcun altro ridacchiò, palesando a sua volta la propria approvazione.

Vi cadessero gli occhi a tutti quanti, vecchi pervertiti!, pensò Michael, ma mai si sarebbe abbassato ad ammettere con gli altri capi che quella femmina gli aveva disobbedito, di nuovo, facendo di testa sua e fregandosene della sua volontà.

No, sarebbe morto prima di confessare di essere stato messo in ridicolo.

Per l’ultima volta!, si ripromise.